Rita Borsellino: "il lavoro di Paolo Borsellino è minacciato come è minacciata in senso più lato tutta la giustizia e soprattutto la magistratura"

Una riflessione assieme alla sorella di Paolo Borsellino, impegnata attivamente nella sensibilizzazione della lotta contro la criminalità organizzata. Ma non solo

di
Michele Capaccioli
 
Rita Borsellino (nella foto, a sinistra) è una politica italiana e sorella del magistrato Paolo Borsellino, ucciso barbaramente dalla mafia il 19 luglio del 1992. La sorella, sin da dopo la strage, si è impegnata attivamente nella sensibilizzazione della lotta contro la criminalità organizzata, a favore della legalità, della memoria, del valore della coscienza, della diffusione della cultura di giustizia e solidarietà affinché e soprattutto le nuove generazioni acquisiscano una conoscenza critica e responsabile, lontano da quella che mira alla tutela di interessi particolari. Con l’Associazione Libera, per la quale è vice-presidente, ha contribuito all’approvazione della legge 109/96 sull’uso sociale dei beni immobili confiscati alla mafia.

Rita Borsellino si è impegnata politicamente al livello regionale e nazionale. Alle ultime elezioni politiche del 13 e 14 di aprile è stata in corsa come capolista al Senato per la Sinistra Arcobaleno e, pur non essendo stata eletta, ha continuato la sua campagna di sensibilizzazione, aderendo persino a delle manifestazioni come quella di Piazza Navona dell’8 luglio.

Wemustact.org ha deciso di intervistare la Signora Rita Borsellino che ringrazia per la disponibilità e la cortesia dimostrata, ma soprattutto per la “passione” con la quale ha risposto alle domande.

Michele Capaccioli: Massimo d’Alema prima della manifestazione dell’8 luglio di Piazza Navona ha affermato che “... non è vero che manifestare è utile per l’opposizione e dannoso per il governo.. a volte tu fai confusione, sei in pace con te stesso, fai dei bellissimi cortei, ti senti bravo, ma poi l’opinione pubblica si butta dall’altra parte.. una grande manifestazione serve non se serve a sfogare gli umori dei nostri militanti, ma se il giorno dopo un italiano in più è d’accordo con noi”. Prendendo anche in considerazione il fatto che l’informazione in Italia sia controllata da consorterie private, questo punto di vista di D’Alema è applicabile in toto al panorama italiano e, soprattutto, per quale motivo Lei ha aderito a questa manifestazione?
Rita Borsellino: Applicabile in toto sicuramente no. Ci può essere qualcosa di condivisibile, ma sicuramente nella sua essenza non condivido questa sua affermazione. Io ho vissuto le stagioni del ’92 e del ’93, ho vissuto anche gli anni dei girotondi, ricordo cosa hanno significato le manifestazioni pubbliche, ricordo il coinvolgimento delle persone. Mi riferisco soprattutto agli anni ’92 e ’93 per quel che riguarda la presa di coscienza nei confronti del fenomeno mafioso. Le manifestazioni sono servite, sono state importanti, hanno coinvolto, hanno aiutato proprio tanta gente ad avere un’informazione più corretta, a esprimere in prima persona il proprio punto di vista e i propri sentimenti. Che poi una manifestazione serva se c’è una persona in più che aderisce ad un certo tipo di pensiero, di comportamento, questo mi sembra abbastanza scontato, ma ridurre a questo una manifestazione di piazza sinceramente mi sembra molto riduttivo.
Io ho aderito alla manifestazione di Piazza Navona perché come ho precisato, perché tra l’altro l’ho detto, io ritengo che il periodo delle grandi manifestazioni sia un po’ passato perché oggi ci sono altri modi, altri sistemi di coinvolgimento e però ci sono dei momenti in cui è giusto che i cittadini e le cittadine si assumano la propria responsabilità e abbiano la possibilità di metterci la propria faccia, abbiano la possibilità di esprimere chiaramente cosa pensano e da che parte stanno e abbiano la possibilità anche di scegliere, cosa che talvolta non è possibile, non lo è stato per esempio alle ultime elezioni. Allora quella manifestazione io l’ho ritenuta una cosa utile per l’argomento che trattava, perché si trattava e si tratta purtroppo, ancora oggi, di un periodo particolarmente pericoloso, vorrei dire rischioso, per la giustizia e mi sembrava importante che la gente potesse esprimere chiaramente davanti a se stessa e davanti a tutti qual’era il proprio punto di vista. L’ho definita un’occasione mancata perché purtroppo davanti ad alcune intemperanze, definiamole così, la stampa e mezzi di comunicazione che ritengo dare in questi tempi un’informazione sicuramente parziale, hanno parlato soltanto di uno scivolone, di una caduta di stile e non hanno parlato di quello che invece davvero era stata quella manifestazione, fornendo quindi sicuramente un’informazione parziale.


MC: Veniamo al tema della lotta alla mafia. Il lavoro di Paolo Borsellino in che modo rischia , a Suo avviso, di essere minacciato?
RB: Vede, il lavoro di Paolo Borsellino è minacciato come è minacciata in senso più lato tutta la giustizia e soprattutto la magistratura. Con questo non voglio dire che Paolo Borsellino operava e lavorava in una situazione di assoluta libertà e rispetto nei confronti della giustizia e dei magistrati. Erano tempi difficili anche quelli e in particolare Borsellino e Falcone subirono sicuramente delegittimazioni e attacchi simili a quelli che oggi  vive la magistratura, solo che allora, e qui si ritorna un po’ al discorso della manifestazione, c’era un’opinione pubblica più attenta, allora ci sono stati dei momenti in cui l’opinione pubblica ha fatto la differenza e bisogna dire che ci furono anche delle scelte operate dai vari governi che furono sicuramente meno disastrose di quello che sono oggi.

MC: Che tipo di eredità, secondo Lei, ha lasciato Paolo Borsellino?
RB: Paolo Borsellino ha lasciato un’eredità importantissima se non altro perché insieme ad altri magistrati che in quel periodo operarono per la giustizia, intanto ha dimostrato che la mafia non è invincibile e questo è già un dato di fatto, quando si riteneva che comunque la mafia avesse una forza tale da non poter esser neanche scalfita e poi ha soprattutto portato, proposto un metodo che ancora oggi risulta essere assolutamente il più valido, ma che forse oggi è proprio quello più minacciato di tutti. Se pensiamo per esempio alle intercettazioni telefoniche, se pensiamo allo strumento dei collaboratori di giustizia, ci rendiamo conto di cosa intendo parlare.

MC: Qual’è il ricordo più importante che Lei ha di Suo fratello?
RB: Mio fratello era un uomo buono e giusto, vorrei proprio definirlo così, che ha portato tutto questo nella sua professione. Qualcuno ha detto, e mi sembra che sia la definizione più azzeccata, che Paolo Borsellino prima di amministrare la giustizia la viveva. E poi Paolo Borsellino è stato soprattutto un magistrato assolutamente libero e indipendente che non si è mai lasciato condizionare da niente e da nessuno. Il suo unico obiettivo era quello di far trionfare la giustizia e per fare questo con consapevolezza ha sacrificato persino la vita.

MC: A questo punto, Paolo Borsellino disse che “Quando mi ammazzeranno sappiate che non sarà stata solo la mafia”. Applicando questa frase al giorno d’oggi, non sarebbe un monito affinché in Parlamento non siano eletti i collusi con la mafia per diminuire il rischio di intesa segreta con i fenomeni malavitosi?
RB: Ma guardi, Paolo lo disse chiaramente e in questi giorni, ma non è soltanto una cosa di ora, negli ultimi due tre anni è stato riproposto attorno al 19 luglio un intervento, una lezione di antimafia, tenuta da Paolo Borsellino a degli studenti di un liceo di Bassano del Grappa in cui Paolo Borsellino parla con molta chiarezza di che cosa pensa dei politici, della politica e delle collusioni con la mafia, ma anche del fatto che la politica non sappia o non voglia liberarsi di questo problema. La cosa tragica, vorrei dire, è che quella lezione è talmente attuale che davvero sembra tenuta oggi, ieri, ma che, cosa ancora più tragica, viene riproposta ogni anno e ogni anno poi assolutamente viene disattesa.

MC: E’ davvero esistita l’agenda rossa di Paolo Borsellino e che tipo di annotazioni il magistrato vi apportava?
RB: Ma guardi, è un fatto gravissimo che addirittura oggi si arrivi a mettere in dubbio l’esistenza di quella agenda rossa. Chiunque abbia conosciuto Paolo Borsellino, non solo nella sua vita privata ma anche nella sua professione, sa perfettamente che cos’era l’agenda rossa: era un’agenda fornita dai carabinieri che Paolo portava sempre con sé, da cui non si separava mai e su cui faceva delle annotazioni che non erano soltanto gli appuntamenti e i suoi appunti di lavoro, ma erano anche le sue considerazioni e le risultanze che spesso esprimeva addirittura in un linguaggio un po’ in codice, proprio perché era qualcosa che apparteneva strettamente a lui. Pensi un po’ quanto sarebbe importante ritrovare oggi quella agenda e pensi un po’ perché addirittura oggi se ne metti in dubbio l’esistenza.

MC: Lei ha affermato in un’intervista che Cosa Nostra, nonostante gli fossero stati inferti dei duri colpi dallo Stato, si sia rigenerata e mutata. Ci può spiegare in che modo?
RB: Ma vede, questa è una cosa che nel corso degli anni, ormai è da più di un secolo che esiste la mafia, è successa più di una volta. La mafia ha questa grande capacità di mutazione e di adattamento a quelle che sono le situazioni, soprattutto quando vive un periodo di difficoltà, ma non soltanto. Anche nel cambiare, per esempio, i campi di interesse o di azione: così fu quando la mafia da rurale diventò mafia del cemento e quando poi diventò mafia del traffico degli stupefacenti, adattandosi a nuovi mercati e ricavandone sempre guadagni e potere maggiore. Oggi la mafia, siamo ieri oramai, purtroppo son passati tanti anni, dopo le stragi del ’92 ha abbandonato la dimensione stragista, ma non perché improvvisamente era diventata buona, semplicemente perché aveva capito che la reazione non solo dello stato, ma anche dell’opinione pubblica, era stata talmente forte da rischiare veramente di annientarla. Allora si è dovuta adattare alla situazione e ha scelto quello che è stato chiamato l’inabissamento, la mafia ha provato a farsi dimenticare, ma non perché aveva paura o chissacché, aveva solo bisogno di riorganizzarsi. Bene, questo purtroppo è accaduto perché quando la mafia ha cominciato a non uccidere più, quegli strumenti che erano stati messi in atto dalle istituzioni che per la prima volta si erano trovate abbastanza compatte nella lotta contro la mafia, piano piano sono venuti meno e la mafia ha avuto la possibilità di riorganizzarsi. Oggi si tratta di una mafia che ha cambiato aspetto. La mafia di don Totò con la coppola e la lupara sembra una cosa oramai appartenere alla storia arcaica della mafia stessa ed è subentrata invece quell’immagine, che non è solo un’immagine, ma è una realtà, della mafia dai colletti bianchi e della mafia dal computer portatile che è una mafia imprenditoriale, ma è soprattutto una mafia di alta finanza.
 
MC: La mafia, quindi, ha dei propri uomini all’interno delle istituzioni?
RB: Ecco sì, mentre prima la mafia praticamente faceva riferimento ad uomini delle istituzioni perché aveva bisogno proprio per questi suoi salti di qualità, per salire i gradini, diciamo, dell’appoggio politico altrimenti non avrebbe potuto fare nulla di tutto quello che ha fatto e trovava questi appoggi politici, sono nella storia giudiziaria, vorrei dire, del nostro Paese, oggi la mafia addirittura ha messo uomini all’interno della politica, all’interno della finanza, all’interno delle istituzioni. Spesso sono anche i mafiosi di nuova generazione che hanno studiato, che hanno fatto, diciamo così, un passo avanti nella scala sociale, che oggi in prima persona gestiscono gli affari.

MC: Quindi, a Suo avviso, la mafia ha anche rapporti con la massoneria e coi grembiulini dell’alta finanza?
RB: Questo è stato dimostrato in tante indagini e in tanti processi, non è una cosa che mi invento io, è una cosa che risulta, ripeto, dalle indagini. Semmai è una cosa su cui forse si è indagato troppo poco.

MC: A questo punto, al riguardo del tema delle indagini, fin quanto sono state positive le condanne e le richieste di trasferimento da parte del Csm al gip Clementina Forleo e al Magistrato Luigi De Magistris i quali indigavano su scalate, finanziamenti, comportamenti da parte di alcune organizzazioni oscure ecc?
RB: Non mi sento di dare dei giudizi perché non è mia abitudine farlo. Però sicuramente, al di là di quello che sono gli argomenti singoli e le situazioni singole di questi magistrati, non è una novità neanche questa. Il fatto che ci sono dei magistrati che indagano su certi livelli sui quali vengano presi dei provvedimenti ce ne sono, prendo, ad esempio, il caso di Carlo Palermo, tanto per intenderci. Semmai, io credo che quello che inquieta e che deve inquietare moltissimo sono i metodi che sono stati usati per provare almeno a fermare questi magistrati.

MC: Chi, secondo Lei, tra magistrati e politici ha saputo recepire il messaggio di Suo fratello?
RB: Ma guardi, io non mi sento di fare nomi perché farei un torto a coloro che non nominerei. Io credo che c’è una scuola, quasi, di magistratura, nata per l’appunto dalla storia, dai metodi, dalla vita stessa di Paolo Borsellino e ci sono tanti magistrati che oggi hanno seguito questa scuola e che sono cresciuti a questa scuola e che oggi questi metodi e questa integrità, definiamola in questo modo, la vivono intensamente.

MC: Sono nato nel 1981 e ricordo come se fosse ieri quella folla inferocita contro i politici ai funerali dei 5 agenti della scorta uccisi assieme a Paolo Borsellino. Da una prospettiva regionale, ritiene che la Sicilia sia isolata istituzionalmente dal resto d’Italia e Cos’è che Lei ha fatto in questi 16 anni per sensibilizzare l’opinione pubblica siciliana e non e affinché la memoria e le coscienze soprattutto non dimentichino le colpe?
RB: Guardi, io posso dire che forse anch’io sono nata, vorrei dire, cresciuta proprio alla luce di quegli avvenimenti e forse la mia prima attenzione vera a quello che esprimeva un certo tipo di società siciliana risale proprio ai funerali di Giovanni Falcone e addirittura quando i politici dovettero scappare dalla porta della Sacrestia, perché i siciliani, i palermitani in particolare, insorgevano contro di loro, forse rendendosi conto, molti di loro per la prima volta di quello che davvero stava accadendo ed era accaduto. Poi ricordo anch’io bene i funerali degli agenti della scorta di Paolo, cero anch’io in mezzo a quella folla inferocita e guardavo sgomenta quello che stava accadendo perché mi chiedevo davvero cosa avrebbe pensato Paolo se avesse visto tutto quello che stava accadendo. Ed è stato da lì che ha preso un po’ l’avvio la mia attività di sensibilizzazione. Era importante per me che tutto questo non si perdesse, che questa reazione così forte che i palermitani e i siciliani avevano saputo mettere in atto non si perdesse e non si esaurisse, come tante volte era successo. E guardavo con attenzione e con sgomento il fatto che tutto questo avvenisse in Sicilia e che di tutto questo, come troppo spesso avveniva, non solo non si sapesse nulla, ma non importasse nulla di quello che stava accadendo. Ecco perché la mia attività di sensibilizzazione si è estesa a tutta l’Italia. Io credo di aver fatto un lavoro costante nel portare l’informazione di ciò che era accaduto, ma anche la conoscenza dei fatti, la sensibilità per conoscere ed avvicinarsi ad una Sicilia diversa, fatta di persone che non erano quegli stereotipi di cui tanto spesso si parlava. I siciliani che invece davvero sapevano reagire e sapevano essere portatori di un messaggio diverso. Questo ho fatto soprattutto con le nuove generazioni, soprattutto nelle scuole, ma non soltanto nelle scuole. Oggi mi rendo conto che c’è un’attenzione molto diversa da quella che c’era prima del ’92 nei confronti dei fatti siciliani, nei confronti di questa crescita della coscienza, che è stata guardata con attenzione, ma che è stata anche esempio, vorrei dire, maestra anche in quello che è accaduto in tutto il resto d’Italia. Se oggi in una scuola di Bolzano si parla di Paolo Borsellino, si fanno progetti di educazione alla legalità è anche grazie a questa attività che non ho svolto solo io, ma di cui io sicuramente mi sono fatta carico, che ha portato prima di tutto alla conoscenza e poi alla condivisione. E allora è importante che tutto questo sia avvenuto, ma soprattutto è importante che tutto questo continui, perché oltre che a continuare e portare avanti la conoscenza che rischia sempre di diventare dimenticanza, quasi un’amnesia che diventa un’amnistia, oltre a tutto questo è importante che comunque si vada avanti, cioè che non si guardi al ricordo soltanto di quello che è accaduto, ma che questo ricordo possa diventare memoria, cioè possa diventare memoria attiva, costruzione del futuro. Ed è anche per questo che io ho cominciato a fare attivamente politica ed è anche per questo che una volta che sono rimasta fuori dai palazzi delle istituzioni ho voluto proteggere e promuovere il patrimonio che comunque in questi anni si era sviluppato, costituendo questa associazione nazionale che si chiama “Un’altra storia” che vuole essere proprio questo: quest’altra storia che è nata e che è cresciuta e che diventa un po’ metodo per la politica, per la partecipazione, per un modo di essere presenti attivamente per chi vuole cambiare, per chi vuole veramente il cambiamento.

MC: Quindi, “Chi ha paura muore ogni giorno”?
RB: Lo diceva Paolo ed è una cosa verissima. La paura, Paolo diceva, è normale che ci sia, ma insieme alla paura bisogna trovare il coraggio per affrontare le situazioni e portarla avanti per restare liberi. Ecco, io ho provato a restare libera nonostante tutto e tanti siciliani oggi sono comunque liberi nonostante tutto.