Giuliana Sgrena. Elezioni Europee, 6-7 giugno 2009


Giuliana Sgrena a Wemustact.org: “lavorerò per costruire gli schieramenti più vasti e trasversali” perché “credo che oggi l’Europa possa vere un ruolo per avviare a soluzione i conflitti, in primo luogo quello palestinese”


di
Michele Capaccioli

Alla luce delle imminenti Elezioni Europee, Wemustact.org ha deciso di intervistare almeno un candidato per ciascun partito politico allo scopo di informare i suoi lettori dei programmi e delle ragioni che hanno spinto diversi esponenti ad intraprendere la carriera politica. Wemustact.org incomincia da Sinistra e Libertà, intervistando Giuliana Sgrena.

Giuliana Sgrena, giornalista de “Il Manifesto”, attivista e scrittrice, ha deciso di scendere nel campo della politica per Sinistra e Libertà alle prossime Elezioni Europee del 6 e 7 giugno 2009. In questa intervista a wemustact.org, Giuliana Sgrena spiega le ragioni della sua candidatura con una particolare attenzione ai diritti delle donne e all’informazione.


Michele Capaccioli: Chi è Giuliana Sgrena?
Giuliana Sgrena: Sono nata in val d’Ossola e la parola libertà è entrata nel mio vocabolario fin da piccola: la usava mio papà per spiegarmi perché aveva fatto il partigiano. Allora essere figlia di un comunista era ancora una discriminante a scuola, ma la mia famiglia, e la mia casa sempre aperta a tutti, era rassicurante. Ho sempre amato le lingue e viaggiare e così ho frequentato un liceo linguistico e poi l’Università Statale di Milano. Erano gli anni del Movimento studentesco di cui ho fatto parte. Ho proseguito a fare politica con il Mls e poi con il Pdup. Dopo la confluenza del Pdup nel Pci sono rimasta senza partito ma ho continuato il mio impegno politico-giornalistico lavorando al Manifesto. Il Mediterraneo (con i Comitati per la pace negli anni 80) è sempre stato al centro dei miei interessi, convinta che lì si concentrassero i maggiori conflitti, ma anche le possibili soluzioni e da lì fino al Medioriente e all’Africa. La mia attenzione dedicata soprattutto alle condizioni della popolazione oppressa da regimi autoritari o dilaniata dalle guerre e dalle occupazioni mi ha fatto scoprire quelle che sono doppiamente vittime: le donne. E con le donne di tutti i paesi che ho frequentato ho stretto amicizie e rapporti di solidarietà nella lotta per la conquista dei loro e dei nostri diritti.

MC: In che modo il 4 febbraio 2005 Le ha cambiato la vita? Si è sentita in dovere di chiedere qualcosa in più al suo mestiere di giornalista?
GS: In questa campagna elettorale non ho parlato edel mio rapimento per evitare confusioni e strumentalizzazioni. Ovviamente il mio rapimento e soprattutto il tragico epilogo con la morte di Nicola Calipari, mi hanno segnato profondamente. Non però nel mio modo di fare giornalismo che continua a essere improntato alla verifica sul campo, al racconto della realtà senza preconcetti dalla parte dei deboli e delle vittime, in primo luogo le donne.

MC: Lei è candidata per Sinistra e Libertà nella circoscrizione Italia Centrale (Lazio – Marche – Toscana – Umbria). Perché questa candidatura alle Elezioni Europee e soprattutto per quale motivo una giornalista sceglie di entrare in politica con Sinistra e Libertà e non con altri movimenti?
GS: Come dicevo mi sono sempre occupata di questioni internazionali e credo che oggi l’Europa possa vere un ruolo – anche grazie alla sponda americana con Obama – per avviare a soluzione i conflitti, in primo luogo quello palestinese. Nel parlamento europeo – se sarò eletta – lavorerò per costruire gli schieramenti più vasti e trasversali per ottenere questo risultato. Ho scelto Sinistra e Libertà perché ho in mente una sinistra meticcia, plurale, senza vincoli identitari, ma aperta al contributo delle tradizioni comunista, socialista, ambientalista e pacifista. Occorre ricostruire una grande sinistra nel nostro paese.

MC: Lei scrive che “Il diritto di essere informati è il sale della democrazia” e che “dove vi sono guerre la prima vittima è la libertà d’informazione”.
Spesso le guerre sono programmate ed organizzate da alcuni think-tank e/o meetings internazionali privati, dei quali fanno parte diversi esponenti del mondo della politica, dell’alta finanza, della diplomazia eccetera. Queste entità stateless sono solite invitare ai loro meetings la stampa sulla base che non riporti nulla. Qual’é la Sua posizione al riguardo di queste entità? Anziché immaginare un “Grande Architetto dell’Universo” (Temple of Understanding alle United Nations o gli stessi “Illuminati”) non sarebbe opportuno una maggiore trasparenza da un lato e dall’altro un’informazione a 360° da parte del mondo del giornalismo?
GS: Non sono mai stata invitata a questi meeting né credo lo sarò mai. Certo che sarebbe necessaria una maggiore trasparenza a cominciare da una rigorosa citazione delle fonti, ma questo, in particolare in Italia, non succede e spesso, anche se non sempre, si preferisce il giornalismo embedded. E poi nelle situazioni di conflitto spesso entrambe le parti non vogliono testimoni, la mia esperienza irachena lo dimostra.

MC: Uguaglianza, uguali diritti e medesime possibilità per ciascun cittadino europeo a presentarsi come candidato significherebbe proporre una normativa che stabilisca l’incompatibilità all’elezione e a ricoprire alcune cariche importanti per tutti coloro che fanno parte di associazioni massoniche e/o gruppi di pressione? Mi sto riferendo al discorso delle doppie loyalties.
GS: È un problema delicato. Si tratta di trovare il punto di equilibrio tra la salvaguardia del diritto di ciascun cittadino a candidarsi e la necessità di stabilire delle incompatibilità riconosciute da tutti gli stati e non punitive. Ora la normativa è diversa per ogni stato e viene comunque violata, con tutta evidenza in Italia.

MC: Affinché sia tutelato il giornalismo d’inchiesta e d’informazione Lei propone “Una carta, uno statuto dei diritti all’informazione” che si faccia garante “dei tanti operatoti che sul campo rischiano la vita per informare”. Quali potrebbero essere, a Suo avviso, i tre articoli principali di questo statuto? In che modo esso potrà avere un carattere vincolante, evitando, quindi, di essere una mera dichiarazione d’intenti?
GS: Ne discuterò naturalmente con le organizzazioni dei giornalisti per la libertà di informazione, in Italia in particolare con Articolo 21. I principi fondamentali potrebbero essere: a) limiti rigidi alla concentrazione di testate e tv; b) un’autorità garante a livello europeo dotata di poteri reali (tipo l’antitrust); c) un codice etico  che obblighi alla citazione delle fonti e il rifiuto del giornalismo embedded; d) una forma di assicurazione europea a garanzia dei rischi e una tutela giuridica contro i potentati economici e militari.

MC: Le vorrei chiedere in primis quale sia la Sua posizione al riguardo della politica dell’attuale governo di respingimento e di rimpatrio dei clandestini provenienti dalla Libia e per quanto concerne le dichiarazioni di La Russa e del Ministro Maroni.  In secundis, quale sono, a Suo avviso, le normative alle quali poterci richiamare per risolvere la questione dell’integrazione tra le varie etnie in un Paese come il nostro e soprattutto per proteggere i rifugiati che chiedono asilo politico all’Italia?
GS: Per quanto riguarda i respingimenti non ho molto da aggiungere alle dichiarazioni dell’Unhcr e del Consiglio europeo. Si è trattato di uno spot elettorale che non scalfisce i termini del problema. L’Italia è già un paese multietnico al quale più che la tolleranza serve l’uguaglianza di diritti e doveri. L’immigrazione va governata, cambiando la legge Bossi-Fini che facilita la clandestinità e promuovendo una normativa europea per l’accoglienza. Poi serve la politica, la cooperazione nel Mediterraneo e verso l’Africa. È un problema epocale che richiede iniziative all’altezza e non, ripeto, spot elettorali.

MC: Lei ha scritto un libro molto interessante, “Il prezzo del velo”. Per presentarlo al pubblico di wemustact.org e parafrasando il titolo del libro, Le chiedo quale sia il “prezzo” da pagare per una donna musulmana e cosa si nasconde dietro il velo?
GS: Dietro il velo si nasconde sempre una donna, con le sue paure e le sue speranze. Io ho raccontato l’uso che del velo e della religione fanno le organizzazioni fondamentaliste islamiche per fini politici. Ho raccontato l’”onore” degli uomini difeso sul corpo delle donne, i delitti d’onore, gli stupri legalizzati, le discriminazioni in famiglia e sul lavoro, in poche parole: la donna cittadina di serie B.

MC: Come é riuscita a verificare che nel mondo ci sono delle organizzazioni umanitarie che pagano mensilmente le donne musulmane affinché esse portino il velo? Potrebbe portarci degli esempi?
GS: Andando sul posto e raccontando le storie di donne. Nel mio libro documento il prezzo del velo pagato in Bosnia o in Somalia dagli islamisti. Sono duecento euro o cento dollari, pagati soprattutto a vedove di guerra che non hanno più fonti di sostentamento per mostrarsi brave musulmane. Ma non scordiamoci che l’uso della religione a fini politici riguarda anche il nostro paese e l’occidente tutto.

MC: Le donne musulmane arrivano nel nostro Paese per cambiare vita, ma poi rimangono comunque prigioniere delle loro comunità che gli impongono di portare il velo. In che modo un occidentale che si avvicina a questa realtà potrebbe consigliare (e non obbligare) le donne musulmane a combattere per i propri diritti? In sostanza, qual’è l’approccio corretto soprattutto nel rispetto degli usi e delle consuetudini delle donne musulmane?
GS: Rispettare gli usi e costumi non può voler dire chiudere gli occhi di fronte alle sopraffazioni. La difesa dei diritti, dei principi di libertà di una persona sono valori universali. Ricorderete il caso di Hina, la ragazza pakistana fatta a pezzi dalla sua famiglia perché si rifiutava di tornare in patria per sposare un cugino e voleva vivere come tutte le ragazze italiane. Esistono centinaia di casi di questo tipo in Italia che non sono conosciuti, e che racconto nel mio libro. Dobbiamo promuovere il confronto fra culture, anche lo scontro sui principi, ma non possiamo, in nome del relativismo culturale, giustificare pratiche che per noi, cittadini italiani, sono inaccettabili e che non possono essere tollerate se si tratta invece di donne immigrate.

 


Data Inserimento : 20/05/2009

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