Vittorio Agnoletto. Elezioni Europee, 6-7 giugno 2009


Vittorio Agnoletto a Wemustact.org: “siamo tra i pochissimi che si battono per la centralità dei diritti umani senza nessun tipo di distinzione”

 
di Michele Capaccioli

Per la Lista Comunista Anticapitalista (PRC-PDCI), Wemustact.org ha intervistato Vittorio Agnoletto, uno dei maggiori esponenti, forse il più importante, del GUE, che possiede già un’esperienza europea e che, quindi, può offrire al pubblico un bagaglio concreto al riguardo dei modus operandi del Parlamento Europeo, ma non solo. Ad esempio, Vittorio Agnoletto ci spiega la collocazione che avranno alcune forze poltiiche italiane qualora fossero elette al Parlamento Europeo: ne nasce un quadro completemante diverso e incoerente rispetto a quello sponsorizzato e propagandato in Italia dai medesimi partiti politici. Lo slogan principale dell’Europarlamentare del GUE  è “L’Europa in movimento. Pacifista, Democratica, Egualitaria”.


Michele Capaccioli: Vittorio Agnoletto, Lei ha già un’esperienza da Europarlamentare. Ci può dire, in breve, quali progetti è riuscito a realizzare in questi anni?

Vittorio Agnoletto: Sono stato nella Commissione Esteri, Commissione Commercio Estero e Sottocommissione Diritti Umani e in particolare lavoravo sul rapporto tra Nord e Sud del mondo. Sono stato il titolare di una risoluzione sulla Clausola Democratica, cioè una clausola sui diritti e sulla democrazia che va inserita in tutti gli accordi commerciali che l’Unione Europea fa con un altro paese. Come dire, a smentire il famoso detto latino pecunia non olet: non bastano gli affari, ci deve essere il rispetto dei diritti umani. Quindi, se l’Europa fa degli affari con delle nazioni che non rispettano i diritti umani, si deve avviare un percorso che deve essere monitorato da un gruppo di lavoro specifico composto da associazioni che lavorano sui diritti umani e vedere come questa situazione si modifica. Se la situazione non si modifica gli accordi commerciali devono essere rimessi o parzialmente in discussione. E’ stata approvata il 14 febbraio 2006 a stragrande maggioranza del Parlamento Europeo ed è stata già applicata in oltre 20 accordi commerciali. Gli altri aspetti dei quali mi sono interessato principalmente sono la tutela dei diritti umani: per esempio ho lavorato molto sull’analisi dei diritti umani nel dossier che riguarda l’eventuale entrata nell’Unione Europea della Turchia. Ritengo, infatti, che la discussione non possa essere solo ed esclusivamente sugli aspetti commerciali del mercato comune Unione Europea – Turchia, ma, per esempio, sul rispetto dei diritti umani sulla popolazione curda, il loro diritto a poter usare la loro lingua anche negli enti pubblici, ho lavorato molto con Leyla Zana, leader delle donne curde che ha avuto il premio Sakharov e ho denunciato anche la mancanza di volontà dalla parte del governo turco di cercare di arrivare ad una soluzione pacifica proprio sulla vicenda curda. Sempre sui diritti umani mi sono occupato, per esempio, sulle comunità di pace in Colombia, ovvero di comunità di contadini che rischiano di essere stritolate nel conflitto tra l’esercito, gli squadroni della morte, i paramilitari da una parte e le Farc dall’altra, riuscendo a stimolare l’intervento del Tribunale per i Diritti Umani del Latino – America ed ottenendo anche dei risultati importanti. Infatti, sono stati messi sotto tutela internazionale alcune di queste comunità di contadini. Sempre sul rapporto Nord – Sud del mondo mi sono occupato, invece sul piano commerciale, degli accordi economici che si chiamano EPA, Economic Partnership Agreement: sono gli accordi commerciali liberisti attraverso i quali l’Unione Europea sta stritolando l’economia africana, quindi distruggendo in particolare l’agricoltura africana, il che provoca ulteriore povertà ed è una delle ragioni che favoriscono le migrazioni. Io credo che per affrontare il tema dell’immigrazione occorra affrontare anche il problema dei rapporti commerciali Unione Europea – Africa e quindi anche degli investimenti che l’Europa dovrebbe fare in Africa.
Per quanto riguarda, invece, le vicende interne all’Unione Europea, sempre sul capitolo dei diritti umani ho contribuito a realizzare con le risoluzioni dell’UE che hanno condannato pesantemente le politiche discriminatorie italiane verso la popolazione rom e in particolare la raccolta, diciamo la schedatura, delle impronte dei minori rom, oppure le politiche discriminatorie di vari enti locali che escludevano gli immigrati regolari dall’accesso ad una serie di servizi. Devo dire che, anzi, l’Unione Europea, su mia sollecitazione, sulle interrogazioni che ho presentato, molto spesso è intervenuta a sanzionare simili comportamenti.
Gli altri due capitoli che posso sollecitare, invece, sono i seguenti: il primo capitolo è l’impegno per la pace, contro gli armamenti e le politiche di riarmo. Per esempio, ho ottenuto un pronunciamento da parte della Commissione Europea sul fatto che qualunque eventuale allargamento della base americana a Vicenza dovrà essere sottoposto a valutazione di impatto ambientale. A proposito di ambiente, ho seguito molto la vicenda dell’Alta Velocità Torino – Lione, opponendomi a quello spreco enorme economico rappresentato dall’investimento proprio sull’Alta Velocità, quando tutto il sistema ferroviario italiano è da sistemare. Si tratta complessivamente di 16 miliardi, spese tra contributi europei, soldi italiani e soldi francesi che dovranno essere investiti per far arrivare le merci 35 minuti prima tra Torino e Lione. E, quindi, ho aiutato i comitati della Val Susa a presentare le petizioni, a presentare le loro ragioni alla Commissione Europea; l’ultimo capitolo che citerei sono le politiche sul lavoro. In alcuni campi abbiamo ottenuto risultati importanti, in altri no. Un risultato importante che abbiamo ottenuto è che siamo riusciti a bocciare la direttiva sull’orario di lavoro, cioè quella direttiva presentata dal Consiglio, quindi dai Governi, attraverso la Commissione, che chiedeva di poter portare l’orario massimo settimanale di lavoro in Europa fino a 65 ore e, in alcuni casi, fino a 78 ore alla settimana. Prima da soli, con il gruppo della Sinistra Unita Europea, poi con l’aiuto dei sindacati, quindi con un cambiamento di posizione anche del gruppo socialista che in un primo tempo aveva appoggiato questa direttiva, siamo riusciti a respingerla. Sempre sulle politiche e sul lavoro, non siamo riusciti a respingere la Direttiva Bolkestein che in sostanza obbliga i vari stati a mettere sul mercato tutti i servizi, quindi avviarne la privatizzazione e che dall’altra parte scatena una concorrenza tra lavoratori di diversi paesi europei. Trattasi di una concorrenza tra poveri al ribasso, sempre abbassando i diritti finora conquistati e le garanzie sociali ed economiche conquistate dai lavoratori. Questa, come dicevo, non siamo riusciti purtroppo a bloccarla, adesso è attiva e anche alla base del fatto recente di lavoratori inglesi che volevano cacciare gli italiani dall’Inghilterra.  Siamo di fronte, infatti, ad un conflitto tra lavoratori europei favoriti da questa direttiva. Sempre rimanendo sul lavoro un tema di cui mi sono occupato molto è stata la questione dell’ambiente di lavoro, in particolare, essendo un Medico del Lavoro e avendo la competenza specifica, ho seguito tutte le vicende legate all’esposizione all’amianto. Purtroppo, il Parlamento Europeo ha chiuso la sua attività di cinque anni proprio con un’ultima risoluzione dove la maggioranza parlamentare ha accolto la richiesta della Commissione e ha prorogato l’uso dell’amianto in alcuni cicli produttivi fino al 2015. E’ una decisione che ritengo gravissima visto i rischi e quanto è accaduto, per esempio, a Casal Monferrato dove sono quasi duemila i morti per esposizione all’amianto attraverso i tumori del polmone, al mesotelioma che è il tumore della pleura. Quindi, penso che sia molto grave aver prorogato l’uso di questa sostanza fino al 2015. Questo è in sintesi i titoli degli argomenti dei quali mi sono occupato in cinque anni.


MC: Lei è candidato per la Lista Comunista Anticapitalista (PRC – PDCI). Le chiedo, quale Europa il PRC-PDCI vorrebbe costruire?
VA: Intanto un’Europa dove a contare sia sempre di più il Parlamento Europeo e cioè l’istituzione eletta a suffragio universale. Credo che debba essere cambiata la struttura istituzionale stessa dell’Europa, credo che la Commissione Europea, ovvero il governo dell’Europa, dovrebbe essere eletto direttamente dal Parlamento Europeo e non nominato dal Consiglio Europeo, cioè dai governi e penso che non dovrebbe esistere il diritto di veto anche da parte di un solo stato. Questo aspetto blocca molto l’iniziativa europea. Secondo, penso a un’Europa che in politica estera e anche in politica di difesa possa essere autonoma dagli Stati Uniti e dalla NATO, mentre, invece, l’attuale proposta di mini trattato europeo nei fatti sottomette i progetti e programmi di difesa europea alle politiche della NATO. Terzo, penso a un’Europa che debba avere al centro le politiche del lavoro e il sostegno ai lavoratori. Quindi, per esempio, dovremmo arrivare a stabilire un sussidio di disoccupazione che possa valere per tutta l’Europa. Oggi la tutela dei disoccupati è molto più garantita nel Nord Europa piuttosto che nel Sud Europa, nell’Est. Nel Nord Europa il sussidio di disoccupazione è di poco inferiore a un vero e proprio salario, però nel frattempo quelle persone devono frequentare corsi di formazione e di essere disponibili ad andare a ricoprire altri posti di lavoro ovviamente con certe garanzie. Penso che si dovrebbe arrivare a stabilire dei salari minimi europei e un livello di tutela dei diritti dei lavoratori uguale in tutta Europa. Ad esempio, in Italia questo significherebbe generalizzare lo Statuto dei Lavoratori che non copre tutti i lavoratori precari, i lavoratori a chiamata, i lavoratori a progetto. Credo poi che vadano modificate alcune direttive europee, in particolare la Bolkestein che ho citato precedentemente. La Bolkestein è una direttiva veramente vergognosa: porta innanzitutto un bellissimo nome, ovvero “Sanzioni nel datore di lavoro che sfrutta gli immigrati facendoli lavorare in nero”, ma nei fatti è una direttiva che al datore di lavoro da semplicemente una multa ed invece espelle immediatamente il migrante che viene colto a lavorare in nero. Questa è una direttiva che finirà per ampliare il lavoro nero perché non si troverà mai più un migrante disposto a denunciare chi lo sfrutta. Anzi, colpendo di più la vittima piuttosto che il carnefice il lavoratore migrante rischia di essere il primo a evitare che la sua situazione venga scoperta e questo rende più debole anche il lavoratore italiano. Infatti, se c’è un esercito di lavoratori migranti che lavorano in nero e che non possono chiedere il rispetto dei loro diritti, anche per i lavoratori italiani diventerà molto difficile chiedere aumenti salariali, rifiutare di fare degli straordinari ecc. Quindi, credo che questa direttiva dovrebbe essere rivista.
Sono poi per un’Europa che metta al centro la libertà d’espressione. Lo dico perché proprio uno degli ultimi giorni delle votazioni a maggio siamo riusciti a respingere il tentativo del Consiglio Europeo di inserire un forte controllo da parte dei provider e dei governi su internet, ma i governi europei, visto che abbiamo pesantemente modificato la loro proposta, hanno annunciato che la ripresenteranno nella prossima legislatura e, quindi, con il prossimo parlamento. Tra l’altro la proposta dei governi, ovvero del Consiglio Europeo, prevedeva addirittura che un provider, d’accordo con un possessore di copyright, potesse vietare l’accesso a un utente senza neanche un intervento di un organo giudiziario. Noi l’abbiamo bloccata, ma il rischio è che questa direttiva venga ripresentata. Quindi, i diritti umani, la libertà d’espressione, il diritto del lavoro e la tutela ambientale. Non dimentichiamoci che l’Italia è al primo posto per procedure d’infrazione da parte dell’UE per il non rispetto delle direttive sull’ambiente.
Da ultimo, penso che in prospettiva si debba arrivare a un welfare europeo e, quindi, a un sistema di sicurezza sociale europeo, superando l’attuale frammentazione nazionale.


MC: Lei prima ha parlato di Turchia. La Lega Nord si pone contro l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Lei, assieme ad altri parlamentari, ha sottoscritto l’ingresso di questo Paese. A Suo avviso, la Turchia riuscirà a rispettare tutti gli acquis communitaire, specialmente in tema del rispetto dei diritti umani?
VA: Io ho votato a favore dell’avvio del confronto con la Turchia, il Parlamento non ha ancora votato se fare o meno entrare la Turchia nell’Unione Europea. Io, assieme al mio gruppo, ho detto che mi sarebbe piaciuto aprire un confronto per vedere se la Turchia riesce a rispettare tutte le regole europee per poter entrare. La decisione sarà presa nel 2015. Proprio nell’ultima sessione del Parlamento, intervenendo a nome del mio gruppo, ho detto che la situazione attuale non è soddisfacente. La Turchia, infatti, non sta rispettando gli acquis comunitari sui diritti e sulla democrazia. Per esempio, non vi è stata una riforma della Costituzione in modo tale da porre l’esercito sotto il potere legislativo ed esecutivo politico. L’esercito si auto riproduce ancora autonomamente e, tra l’altro, corrisponde alla più grande azienda di tutto il paese, di tutta la Turchia. Quindi, ha anche un potere economico molto forte. Per esempio, non sono state modificate a sufficienza, ma solo in termini di immagine, quegli articoli del codice penale turco che sanzionavano e punivano tutti coloro che criticavano lo stato turco. Quegli articoli sono stati modificati solo di facciata: l’unica cosa che fa la Turchia è non colpire quei grandi scrittori conosciuti all’estero e i premi Nobel, ma ci sono decine e decine di scrittori che sono in prigione o che rischiano di andarci per essere entrati in contrasto con questo articolo. Per esempio, la Turchia non ha modificato la legge elettorale, ma tiene uno sbarramento del 10% per arrivare in Parlamento, il che impedisce alle minoranze nazionali etniche di poter essere rappresentate. Poi, come accennavo, manca sia il riconoscimento del genocidio degli armeni nel passato e sia il riconoscimento e l’assoluzione della questione curda. Quindi, adesso come adesso ritengo che non ci siano le condizioni per far entrare la Turchia e ritengo che l’Europa nel proseguo del confronto con la Turchia potrebbe mettere al centro queste questioni e non solo gli interessi economici. E’ chiaro che in tutto questo non ho nulla da condividere con quelle posizioni della destra che non vuole far entrare la Turchia per una questione relativa alla religione. Io penso che un pluralismo religioso possa essere anche un elemento importante all’interno dell’Unione Europea.

MC: Invece, che posizione ha Lei al riguardo della questione dei diritti umani in Cina?
VA: Mi sono occupato molto anche della questione dei diritti umani in Cina fino a creare quasi un problema diplomatico. Infatti, noi (GUE) abbiamo avuto una delegazione della Commissione Esteri in Cina e in quella delegazione io rappresentavo la Commissione dei Diritti Umani. Noi abbiamo incontrato sindacati dei lavoratori, cercando di incontrare non solo quelli ufficiali ma anche le autorità. Nei meetings con le autorità ho sempre posto il problema dei diritti umani, in particolare dei tempi di lavoro, delle libertà sindacali, del fatto che le aziende vengono spostate da un posto all’altro. La mia logica si fonda sul fatto che quando mi batto sui diritti umani non guardo in faccia i governi, né quelli dei paesi altri, né i nostri. Quando Prodi fece la sua spedizione in Cina con un sacco di imprenditori, io scrissi una lettera pubblica a Prodi, proprio dicendo “adesso vai in Cina e porti gli imprenditori per fare affari, al primo posto devi mettere il capitolo dei diritti umani”. La lettera venne pubblicata, se mi ricordo bene, sul Manifesto e sull’Unità e non ottenni mai e assolutamente nessuna risposta. E quando è stata approvata, invece, la “mia” clausola democratica, la Commissione Europea l’ha applicata a più di venti paesi, ma si è rifiutata di inserirla negli accordi con la Cina. In particolare, la Commissaria Ferrero-Waldner, con cui ebbi un incontro, mi chiese esplicitamente quanto ho detto poco prima.

MC:  Qualora Lei fosse eletto, in quale gruppo parlamentare europeo si inserirà?
VA: Come tutti i parlamentari che verranno eletti con la lista di Rifondazione, dei Comunisti Italiani, di Socialismo 2000 e dei Consumatori Riuniti, starò nel gruppo GUE, cioè nel Gruppo Unitario della Sinistra (Europea), il gruppo per il quale ho lavorato in questa legislatura. Anzi, io ritengo che sia molto importante che una lista abbia come sbocco un gruppo, cioè che ci sia chiarezza sulla collocazione che un parlamentare arriva ad avere nel Parlamento Europeo. Questo lo dico per un motivo molto semplice: al Parlamento Europeo tutto il lavoro è fatto per gruppi politici. L’autonomia del singolo parlamentare è molto limitata. Un parlamentare può lavorare molto bene se è in sintonia con il suo gruppo. Se entra in conflitto con il suo gruppo, egli può votare in un modo diverso, ma praticamente non ha neanche lo spazio per esprimere al di là del voto la sua opinione. Tutti i tempi d’intervento sono contingentati, l’attribuzione delle risoluzioni delle direttive avviene attraverso una suddivisione di attribuzione attraverso i gruppi. Per questo io credo che non ci sia molta trasparenza quando un partito, una lista in Italia non dice esplicitamente ai propri eletti a quale gruppo andranno oppure  dice che potranno andare in diversi gruppi. Infatti, i medesimi gruppi spesso votano fra loro in modo molto, ma molto diverso le direttive. Ad esempio, noi abbiamo votato contro la Direttiva Bolkestein e il gruppo socialista ha votato a favore. Noi abbiamo votato contro quella tremenda direttiva della vergogna che prevedeva la possibilità di rinchiudere in un CPT gli immigranti solo perché non hanno un permesso di soggiorno e, invece, il gruppo socialista si è diviso tra chi ha votato a favore e chi si è astenuto. Ecco, quindi, l’appartenenza al gruppo è fondamentale.

MC: Una domanda per i non addetti ai lavori. Lei dianzi ha affermato che Il presidente della Commissione Europea è eletto dal Consiglio Europeo e, quindi, dai governi. Voi come PRC-PDCI state già studiando una modifica concreta a regolamenti come questi che non danno pieno potere ai cittadini europei e che contribuiscono ad una deficiency of democracy e ad una lack of transparency? E se si, ci potrebbe dire quale e attraverso quali modifiche?
VA: Purtroppo, l’architettura istituzionale europea così come è stata creata stabilisce che per modificare questa architettura occorra innanzitutto l’accordo di tutti e 27 governi europei. Non è possibile modificare queste regole semplicemente attraverso un intervento parlamentare, una votazione anche a grande maggioranza parlamentare. Queste regole possono essere modificate unicamente con l’accordo di tutti i governi. Quindi, in questo caso si tratta di fare una grossa campagna europea in tutti i paesi per riuscire a convincere i governi a modificare in questo senso l’architettura europea. Si decide nei singoli paesi e non nel Parlamento Europeo.
Le nostre proposte sono assolutamente precise: una volta stabilito quali sono le materie che vengono delegate a decisioni europee, queste materie devono essere decise a maggioranza dal parlamento e, come avviene nei parlamenti nazionali, la Commissione Europea, cioè il governo europeo, deve essere votata a maggioranza dal Parlamento e non deve esistere un diritto di veto. Io credo, tra l’altro, che questo meccanismo dovrebbe funzionare per determinare anche la politica estera perché altrimenti accade che l’Europa si muove sostanzialmente sulla politica economica finanziaria però poi ha i piedi di argilla quando si parla, invece, di politica estera che rimane ancora di titolarità dei singoli stati. Quindi, si possono avere 27 politiche estere diverse. Per esempio, noi siamo per un’attribuzione al Parlamento della politica estera.


MC: Un presidente della Commissione Europea eletto dai governi può essere, a Suo avviso, subordinato a gruppi di potere come, nel caso di Barroso, al Bilderberg Group?
VA: Si. Posso fare solo una precisazione: non è eletto, è proprio nominato dai governi. Per rispondere alla sua domanda, dico che non c’è ombra di dubbio, io sono totalmente d’accordo con lei. Le do un dato che non so se è già conosciuto, altrimenti ci terrei che fosse spiegato. Noi attualmente siamo 785, nella prossima legislatura i parlamentari europei saranno 732. Al Parlamento Europeo esiste anche un altro elenco ufficiale che è l’elenco dei lobbisti, i quali hanno diritto ad entrare nel Parlamento e girare tutto il Parlamento. Non hanno accesso all’aula del voto. Questi lobbisti sono quindicimila. Quindi, ognuno di noi è curato da venti lobbisti. Questo dice in modo molto chiaro qual’è la pressione dei poteri forti. Di questi quindicimila, oltre quattordicimila e novecento sono rappresentanti di banche, di aziende, di fondazioni, di potentati economici e meno di cento sono i rappresentanti dell’associazionismo, come Save The Children, mentre per l’Italia c’è Legambiente. Ecco, questi poteri forti premono in un modo pesante sul Parlamento: ogni volta che dobbiamo votare qualcosa che ha delle ricadute economiche siamo subissati di email, di inviti a cena, di inviti a festini eccetera. Questi è per dare un’idea di quali sono le pressioni e i condizionamenti che subisce un Presidente della Commissione Europea che, tra l’altro, non deve esplicitamente rispondere del suo ruolo al Parlamento stesso. Quindi, la risposta è assolutamente si. Sono convinto che l’attuale situazione di nomina da parte dei governi renda ancora più facilmente condizionabile il Presidente della Commissione dai poteri forti.

MC: Qual’è la vostra posizione sull’operato di Barroso?
VA: Una posizione molto, molto negativa. Prima ancora che discutere di un singolo contenuto, Barroso non ha avuto quasi nessuna autonomia rispetto ai governi. E’ stato totalmente subalterno alle scelte dei principali governi europei. Tutte le volte che vi era da trovare una soluzione tra la posizione del Parlamento e quella dei governi europei, lui ha cercato di spostare l’equilibrio verso la posizione dei governi. Sul piano della politica estera Barroso ha in testa un’Europa fortemente subordinata all’azione degli Stati Uniti: di questi cinque anni, in quattro anni e mezzo noi abbiamo avuto dall’altra parte dell’oceano l’amministrazione Bush e, quindi, c’è stata una subalternità europea all’amministrazione Bush. D’altra parte, Barroso precedentemente ha una lunga storia di subalternità agli Stati Uniti come Premier portoghese e come impostazione e concezione economica è sicuramente un liberista, sia in politica interno, ovvero il mercato comune europeo, sia nella politica mondiale. Sul piano della politica mondiale il binomio Barroso e Mandelson, il secondo che è stato per quasi quattro anni il Commissario al Commercio Estero dell’UE e laburista inglese, ha trasformato l’Europa in una potenza liberista al livello mondiale, facendola entrare in fortissimo conflitto sia con i paesi africani, sia con quelli dell’america latina. L’Europa di Barroso e di Mandelson ripropone una logica di neocolonialismo. Sul piano interno non dimentichiamo che Barroso e la Commissione sostengono una politica energetica fondata sul nucleare. Questo è un altro elemento con il quale siamo in forte conflitto. Quindi, io do un giudizio nel merito e nel metodo molto, molto duro rispetto a Barroso.
Noi cerchiamo di essere coerenti, mentre, purtroppo, altre forze politiche italiane, anche dell’opposizione, quando parlano a Roma dicono una cosa, quando parlano a Bruxelles ne dicono un’altra e lo dicono proprio perché la Commissione, essendo espressione di diversi governi,  alla fine è un po’ come la presidenza del Parlamento: è una logica bipartisan. Nella Commissione vi sono ministri nominati dai governi di destra e da governi socialisti e, quindi, il Presidente del Parlamento è stato gestito in accordo tra gruppo socialista-liberale e popolare, due anni e mezzo al socialista, due anni e mezzo a un popolare e adesso si ripercorrerà la stessa cosa. Per cui, a seconda di come sono collocati votano una cosa in Europa e un’altra in Italia: in Italia parlano di lavoro sia Di Pietro che il PD e in Europa, per esempio, hanno votato, Di Pietro, per l’orario di lavoro a 65 ore settimanale; in Italia dicono che è una legge razzista la proposta del governo italiano di rinchiudere nei CPT per sei mesi immigranti che non hanno permesso di soggiorno e che non commettono reati e in Europa l’Italia dei Valori ha votato a favore dei 18 mesi. Questo è importante farlo notare: molte volte la coerenza tra Roma e Bruxelles non c’è da parte delle singole forze politiche.


MC: Le vorrei fare una domanda proprio al riguardo dell’Italia dei Valori. Lei, invece, più volte ha detto di non votare Di Pietro. Quei motivi che ha elencato prima sono le ragioni?
VA: Io ho detto che chi si considera e vuole continuare a considerarsi di sinistra a mio giudizio non può votare Di Pietro. Per essere di sinistra non basta urlare contro Berlusconi, non costa niente ed è facile urlare contro Berlusconi quando poi si hanno tutte le ribalte televisive che si vuole grazie alla posizione parlamentare. Dopodichè va bene urlare contro Berlusconi, ma una politica deve essere giudicata dagli atti concreti. L’azione di Di Pietro, ovvero la collocazione del’Italia dei Valori nel gruppo liberale in Europa ha fatto si che l’Italia dei Valori abbia votato tutte le direttive liberiste, direttive a favore del mercato, a favore delle grandi multinazionali e contro i lavoratori. E che abbia votato, per esempio, come citavo prima, quella direttiva che poi è stata soprannominata “direttiva della vergogna” sui 18 mesi nei CPT per gli immigranti oppure che abbia votato a favore della presenza militare europea in Afghanistan o in Iraq. Allora, io capisco che molti elettori di sinistra sono profondamente delusi dalle vicende precedenti della sinistra, dal mondo in cui non abbiamo saputo far valere il nostro peso dentro il Governo Prodi, non siamo riusciti ad ottenere quasi nulla. Altri sono delusi giustamente per i meccanismi di frattura, di divisioni e di scontri interni che hanno segnato la vita delle forze politiche di sinistra, però io li metto sull’avviso: attenzione, non cadere dalla padella alla brace. Attenzione che per le critiche che fate alla sinistra, in questo caso Rifondazione, finite poi per votare Di Pietro che di sinistra non ha proprio nulla. Il vostro voto può essere utilizzato per quelle politiche liberiste. Dico questo perché mi rivolgo all’elettorato che si autodefinisce di sinistra, affermando “dateci un’altra possibilità”, permetteteci di dimostrare che la lezione dell’aprile scorso, quando non siamo arrivati in Parlamento, l’abbiamo imparata.

MC: Il gruppo PRC-PDCI ha anche delle soluzioni alla crisi economica da presentare al Parlamento Europeo?
VA: Si. Per esempio, noi chiediamo che siano aumentati quei fondi destinati a garantire l’occupazione: abbiamo ottenuto, ed è disponibile praticamente da poche settimane, un fondo di sostegno alle grandi aziende che sono colpite dalla crisi economica internazionale. E’ un fondo al quale gli stati possono attingere per garantire il supporto a delle aziende grandi purché non licenzino e non ricorrono alla cassa integrazione. E’ un fondo che l’Italia non ha usato fin’ora e che, invece, continua ad usare la Spagna. Oppure abbiamo ottenuto degli stanziamenti importanti di un fondo sociale europeo per produrre nuova occupazione, in particolare per i giovani. La cosa vergognosa è che l’Italia ha chiesto una deroga e ha ottenuto di poter utilizzare questi fondi destinati, ripeto, a nuova occupazione e a giovani per pagare la cassa integrazione. Cassa integrazione che dovrebbe essere già pagata dallo stato, visto che i lavoratori hanno sempre versato i contribuiti, visto il ruolo e gli obblighi che hanno anche le aziende. Quindi, sono stati sottratti soldi a nuova occupazione e giovani per pagare qualcosa che avrebbe dovuto esser pagato già con fondi nazionali e non da fondi europei. Abbiamo poi proposto un intervento europeo per arrivare ad una riduzione dell’orario di lavoro generalizzato con la logica del lavorare tutti e del lavorare meno. Noi sosteniamo che quei paesi che ricevono dalla Commissione Europea dei fondi per aumentare l’occupazione non possono investire quei fondi per facilitare il trasferimento di alcune aziende da un paese europeo a un altro paese europeo e, quindi, non possano usare quei fondi per causare la chiusura di altri posti di lavoro in altri paesi europei. La vicenda Indesit – Gruppo Merloni è chiarissima: la Polonia mette a disposizione del Gruppo Merloni 3 milioni di Euro per facilitare insegnamenti produttivi. Una parte di questi Euro derivano da fondi che l’Europa dispone alla Polonia per creare nuova occupazione, ma vengono utilizzati per far chiudere delle aziende del Gruppo Indesit in Italia. Questo è assolutamente inaccettabile. Così come è inaccettabile che quelle aziende che hanno beneficiato in altri casi di interventi diretti e economici dell’Unione Europea, per esempio su alcuni piani territoriali, usino quei fondi per ristrutturarsi, per licenziare e per produrre cassa integrazione. Occorrono dei vincoli: chi usa soldi pubblici, che siano stati o che siano aziende, deve poi garantire occupazione. Non può usarli per ridurre, invece, il numero di occupati nelle proprie aziende. Queste sono alcune delle posizioni che abbiamo portato avanti, oltre ad una direttiva, che però è molto generica, è un passo avanti ma non è soddisfacente, di tutela del lavoro precario, del lavoro fornito da agenzie interinali, del lavoro a chiamata. E’ una direttiva che è stata approvata lo scorso autunno e che deve essere recepita dagli stati entro due anni e prevede che nel caso in cui un’azienda abbia dei lavoratori che abbiano lavorato in modo precario o a tempo determinato, anche subappalto, e nel caso in cui questa azienda debba assumere, a questi lavoratori vanga data la priorità nell’assunzione. E’ una direttiva che in una fase di recessione è destinata a rimanere semplicemente un’indicazione di buona intenzione. In generale, noi pensiamo che anziché investire e dare soldi gratis alle banche, bisogna intervenire direttamente sulle garanzie occupazionali. Da questo punto d vista, un altro aspetto che va rivisto è che un conto è stabilire che la Banca Centrale Europea non deve essere lottizzata, un altro conto è che la Banca Centrale Europea vada per conto proprio, senza tenere minimamente in considerazione le indicazioni sulle politiche economiche e finanziarie che provengono da un organismo eletto a suffragio universale, ovvero il Parlamento. Questo per dire che ci dovrebbe essere almeno un rapporto dialettico tra il Parlamento Europeo e la Banca Centrale che, tra l’altro, con i propri interventi, in una direzione e nell’altra, rischia di condizionare moltissimo lo sviluppo europeo.

MC:  Un’ultima domanda. In concreto, se ci dovesse elencare tre ragioni, perché i cittadini italiani dovrebbero votare la Lista Comunista Anticapitalista?
VA: La prima ragione è per un problema di coerenza. Quello che diciamo lo facciamo e se diciamo che al centro del nostro intervento in Europa vogliamo mettere la tutela dei lavoratori e la tutela dei disoccupati, questo poi lo facciamo. Basta vedere il nostro comportamento su tutte le direttive sul lavoro. Il secondo motivo è perché siamo tra i pochissimi che si battono per la centralità dei diritti umani senza nessun tipo di distinzione, né di colore della pelle, né di lingua, né di religione e né, nemmeno, di orientamenti sessuali visto che l’Italia è molto, molto indietro sulle politiche di genere o delle le politiche verso il mondo omosessuale rispetto a quelle che sono le indicazioni e le scelte dell’Europa. Il terzo motivo è perché siamo per un’Europa pacifica, un’Europa che non spenda le cifre enormi che sta investendo adesso per gli armamenti e che, invece, tuteli, oltre che al lavoro, l’ambiente.  
 


Data Inserimento : 26/05/2009

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paola marconi - 26/05/2009 11:29:47
Ho letto con estremo interesse l'intervista a Vittorio Agnoletto e ne ha avuto un'impressione stremamente positiva sotto molteplici aspetti. In particolare mi trovo a condividere pienamente le tesi circa l'ingresso della Turchia nella comunità europea. la Turchia ad oggi non possiede i requisiti necessari all'ingresso in europa; questo non di certo per ragioni di tipo religioso (come invece sostengono molti rappresentanti della nostra destra), ma sicuramente x ragioni riguardanti diritti umani, sopruso sulle minoranze etniche (la questione curda!) ed il ruolo del tutto "indipendente" delle forze militari turche. Non si possono subordinare alle ragioni di opportunità dei mercati e della crescita economica, l'etica ed i diritti umani di una nazione. Fa bene dunque Agnoletto a sottolineare questo aspetto, prima che la comunità europea divenga (se già non lo sia diventata) terreno fertile solo x un mercato economico privo di scrupoli e fonte di guadagni solo x le multinazionali, tralasciando o lasciando completamente gli aspetti etici-morali di cui invece l'europa dovrebbe, secondo le sue radici storiche, essere piena espressione. paola marconi

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